TRANS AM BIKE RACE 2014 /4.400 miglia per scoprire fin dove può arrivare un uomo

La prima attraversata dell'America in modalità ultra cycling non stop in totale autonomia !!!

Ringrazio chi mi ha spinto in questa avventura e ha pedalato con me per 6800 km Paolo Laureti

Ecco il mio racconto che ho "ritrovato" dopo12 anni: dall’Oceano Pacifico all’Atlantico, in sella a una bicicletta, senza assistenza e senza scorciatoie. Una sfida contro le distanze, la fatica e soprattutto contro se stessi. Ricordo che nel 2014 io avevo quasi 53 anni ! 

Ci sono viaggi che si fanno per vedere il mondo. Altri per dimostrare qualcosa. E poi ci sono viaggi che cominciano con una domanda silenziosa, quasi impossibile da spiegare: fin dove posso arrivare se smetto di ascoltare la voce che mi dice di fermarmi? La mia Trans Am Bike Race del 2014 è stata questo. Non una semplice gara ciclistica. Non una vacanza americana con qualche salita di troppo. Non una di quelle avventure che si raccontano mostrando quattro fotografie e dicendo: «È stata dura, ma bellissima». No. La Trans Am era una di quelle esperienze capaci di portarti lontano da casa e, nello stesso tempo, trascinarti dentro te stesso, fino a incontrare una parte di te che forse non conoscevi ancora !

Nel giugno del 2014, quando tutto ebbe inizio, non stavo semplicemente per attraversare gli Stati Uniti. Stavo per entrare in un mondo dove le comodità diventano un lusso, il sonno un avversario, il cibo una necessità assoluta e ogni chilometro una piccola conquista. E io, Musseu, ero lì. Con la mia bicicletta, le mie gambe, la mia testa e tutta quella sana incoscienza che a volte, è l'unico carburante capace di far partire le grandi avventure. 

Eccoci al 7 giugno 2014, ad Astoria, in Oregon, la prima edizione della Trans Am Bike Race. Davanti a a me, circa 6.800 chilometri attraverso dieci Stati, dal Pacifico alla costa atlantica, seguendo la TransAmerica Trail. Una traversata in autosufficienza: niente ammiraglie, niente meccanici al seguito, niente qualcuno pronto a risolvere i problemi al posto tuo. Ero partito per attraversare un continente, ma nessuno poteva sapere davvero cosa mi aspettasse. L'America non era quella delle cartoline. Era una strada che sembrava non finire mai, fatta di orizzonti sconfinati, piccoli centri abitati, distributori di benzina, motel, salite e pianure capaci di mettere a dura prova anche le gambe più allenate. E poi c'era il meteo, quello vero, che non legge il programma della gara e non ha alcuna intenzione di rispettarlo. Il caldo soffocante delle pianure, il vento contrario che ti costringeva a lottare per ogni metro, il freddo delle montagne, la pioggia e perfino la neve nelle zone più alte. In Kansas il gran caldo e il freddo nelle Montagne Rocciose. A quel punto capisci che la bicicletta non è soltanto un mezzo per andare avanti. È la tua casa mobile, il tuo rifugio precario, il tuo unico strumento per rispondere alla domanda che la strada ti pone ogni mattina: oggi, quanto sei disposto a dare. 


Una verità che le classifiche non riescono a raccontare, un Mike Hall, che conquista la prima edizione in 17 giorni, 16 ore e 17 minuti. Numeri impressionanti, e poi dietro tutti noi alle prese con i propri limiti. C'era chi combatteva per la vittoria e chi semplicemente cercava di non arrendersi. Ecco, questa è la Trans Am che mi piace ricordare: non soltanto la sfida dei più forti, ma anche quella degli uomini e delle donne che, lontani da casa, scoprono l'oltre. Perché quando sei in giro da giorni, il sonno è insufficiente e il corpo presenta il conto. E in quei momenti non importa se sei un campione o un perfetto sconosciuto. Importa soltanto lottare per vivere. 

Per capire davvero questo evento bisogna dimenticare per un momento la parola prestazione. La fatica, quella vera, non è soltanto il dolore alle gambe. È svegliarsi quando vorresti dormire ancora. È guardare una strada che sembra presa in giro dal destino, perché continua a salire proprio quando tu avresti bisogno di una discesa. È cercare un posto dove mangiare, ripararti dalla pioggia, controllare la bicicletta e ripartire, sapendo che il tempo continua a scorrere anche quando sei fermo. Non ci sono pause ufficiali. Non esiste un momento in cui il mondo aspetta che tu sia pronto. Diventa una lotta silenziosa: problemi meccanici, dolori, temperature estreme, sonno da amministrare come una risorsa preziosa. E poi gli imprevisti, quelli che non puoi allenare e che nessun programma riesce a prevedere. È qui che l'ultra cycling diventa qualcosa di diverso dal semplice pedalare. Perché puoi avere gambe forti, ma se perdi la lucidità rischi di compromettere tutto. Puoi avere una preparazione eccezionale, ma se non sai ascoltare il tuo corpo finisci per pagare ogni errore. Puoi essere veloce, ma se non sai gestire le soste, il sonno e l'alimentazione, la strada prima o poi ti presenta il conto. L'America, in fondo, non aveva bisogno di battermi. Le bastava aspettare. Ed io dovevo imparare a convivere con lei. 

Ripensando oggi a quella prima edizione, mi viene da sorridere. Noi ciclisti siamo una categoria curiosa. Diciamo che vogliamo sentirci liberi, ma programmiamo ogni dettaglio. E quando finalmente la strada ci mette davanti a qualcosa che non avevamo previsto, scopriamo che la libertà comincia proprio lì: quando il programma non serve più e devi cavartela con quello che hai. 

E io, Musseu, che cosa mi porto dentro di quella straordinaria esperienza? Mi porto la consapevolezza che il limite è una cosa strana. A volte è davvero fisico, e bisogna rispettarlo. Altre volte è una barriera mentale che ci costruiamo prima ancora di aver provato. La differenza sta nell'imparare a riconoscere quale dei due abbiamo davanti. Mi porto il valore dell'autonomia, la necessità di arrangiarsi, il piacere di incontrare persone che non conosci e che forse non rivedrai mai più, ma che per qualche minuto entrano nella tua storia. E mi porto soprattutto il ricordo di un'America che, vista dalla bicicletta, non è più una cartina geografica. Diventa una successione di emozioni, incontri, difficoltà e orizzonti. Chilometro dopo chilometro, capisci che non sei il padrone della strada. Sei soltanto un viaggiatore che ha il privilegio di attraversarla. Non resta soltanto il numero dei chilometri. Non resta soltanto il tempo impiegato. Non restano soltanto le fotografie, i dati del GPS o i nomi scritti in una classifica. Resta quello che hai scoperto quando nessuno poteva pedalare al posto tuo.

Resta la capacità di andare avanti senza sapere esattamente che cosa ti aspetta dietro la prossima curva. Resta la gratitudine per chi ti ha aiutato, per chi ti ha incoraggiato e per chi, anche senza conoscere la tua storia, ti ha regalato un sorriso lungo una strada americana. E resta una domanda che, dopo un'esperienza simile, diventa difficile ignorare. Quanto della nostra vita lo trascorriamo a cercare di dimostrare qualcosa agli altri, e quanto invece lo dedichiamo a scoprire chi siamo davvero? Forse è questo il regalo più grande della Trans Am Bike Race. Non aver attraversato soltanto un continente, ma aver avuto l'occasione di guardare la vita da una prospettiva diversa. Perché alla fine non conta soltanto quanto lontano riesci ad andare con una bicicletta. Conta quanto lontano riesci ad andare dentro te stesso, senza perdere la capacità di tornare a casa con più umanità, più consapevolezza e meno bisogno di dimostrare qualcosa al mondo. La Trans Am non è stata soltanto un evento che ho vissuto. È una di quelle avventure che, anche quando la strada finisce, continuano a pedalarti dentro.


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